Segnalazione libri

L. Scaraffia, La santa degli impossibili

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Lucetta Scaraffia racconta Rita da Cascia (1381?-1447) in uno dei suoi saggi più famosi, La santa degli impossibili, edito a Torino nel 1990, in una stagione femminista in cui le storiche stanno scoprendo la storia della donne e l’esempio di autorevolezza femminile rappresentato dalle sante.

La tradizione narra della santa di Cascia, sposa di un uomo ucciso per disordini socio-politici e madre di due figli, decisi a vendicare il padre e sordi al perdono: per essi Rita, pur di non vederli omicidi, implora la morte, sopraggiunta la quale si ritira nel monastero delle Agostiniane di Santa Maria Maddalena. Un ruolo di pacificatrice non attestato dalle fonti: certo è, invece, l’anno - il 1457 - in cui inizia la raccolta scritta dei miracoli attribuiti a Rita ed è costruita e dipinta la cassa funebre, singolare testimonianza del suo culto.

Come documenta l’autrice, il successo della santa è tardivo e insolito: alla prima biografia ufficiale del 1610 segue la beatificazione nel 1628 e, dopo una larga diffusione del suo culto nell’Italia centrale e a Napoli, la ripresa del processo di canonizzazione nel 1737 da parte dell’ordine agostiniano, sostenuta da un numero ristretto di vescovi, di miracolati e di testimoni, è bloccata quasi subito: perché la santa di Cascia ritorni all’attenzione dei devoti, è necessario che Luigi Tardi nel 1808 ne riscriva la vita. Alla fine del XIX secolo, le trasformazioni socio-economiche spingono l’istituzione ecclesiastica a diffondere nuove lezioni di santità: qui si gioca la definitiva fortuna di Rita, canonizzata il 24 maggio 1900, modello di comportamento domestico.

L’edizione del volume della Scaraffia del 2014 nulla aggiunge alle conclusioni di vent’anni prima: Rita è la santa dei casi disperati e delle grazie quotidiane, più che un soggetto storico. Tuttavia, l’appendice del libro mostra che da un territorio inaspettato, quello dell’arte contemporanea, proviene un elemento di novità: le suore di Cascia, mentre ristrutturano il monastero, ritrovano, tra gli ex voto, un prezioso manufatto di Yves Klein (1928-1962). La sua breve vita, incentrata sulla ricerca spirituale sviluppata nell’ambito delle discipline orientali e nell’appartenenza alla setta dei Rosacroce, percepisce l’arte come veicolo privilegiato del soprannaturale. L’adesione rosacrociana convive con un’ispirazione profondamente cristiana, provata dai suoi scritti e dalla devozione a Rita, conosciuta nell’ambiente familiare, cui dedica la sua opera. Recatosi a Cascia la prima volta nel 1958, l’artista vi ritorna nel 1961 per offrire alla santa, sua messaggera dell’Assoluto, l’oro di cui è rimasto depositario dopo le prime “cessioni immateriali”.

Il misticismo di Klein, affascinato dall’atmosfera della distesa celeste, osservata per notti intere, è calamitato dal “volo” notturno di Rita dallo scoglio di Roccaporena al monastero di Cascia, che lui stesso cerca di ripetere, come attesta una fotografia del 1960 scattata a Fontenay-les-Roses, il sobborgo di Parigi dove, sul luogo della palestra di judo frequentata da Yves, sorge ora una chiesa dedicata alla santa umbra.

I critici del bizzarro artista francese, assetato d’Infinito, hanno rivolto un’attenzione marginale alla sua devozione per Rita: una sorta di corto circuito tra una santa di cui si sa troppo poco per suscitare interesse tra i colti e uno degli esponenti più celebri dell’arte contemporanea, una coppia così improbabile da riempire di stupore. Un miracolo della santa degli impossibili.

 

Fonte: http://www.tracce.it/default.asp?id=331&id_n=41164#.U41T8TQcsyM.email

 

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